Bio ad alta quota: 600 metri di libertà per la vite
La quota non è un vezzo geografico. Cambia il modo di fare biologico. E cambia il vino nel bicchiere.
A 600 metri di quota, in Chianti, la pressione delle malattie fungine — peronospora e oidio in testa — è più bassa che a fondovalle. Le notti fresche e il vento costante asciugano le foglie. Questo, per chi fa biologico come noi, cambia tutto.
Significa meno trattamenti, meno passaggi, meno stress per la pianta. Significa poter davvero rimanere sulle formulazioni classiche del bio (rame e zolfo in dosi minime) senza dover rincorrere il meteo ogni settimana. E significa che la biodiversità intorno alla vigna resta viva: erba, fiori, insetti utili, api selvatiche.
Bio, non “bio”
Fare biologico non è una casella da spuntare in etichetta. Per noi è una conseguenza logica del posto in cui siamo. Non ha senso rimettere in piedi un paesaggio di sessant’anni fa e poi trattarlo con la chimica di sintesi. Non ha senso parlare di Slow Wine e poi accelerare la maturazione con lieviti selezionati e enzimi. Non ha senso.
Certo, ci sono anni difficili. Nel 2024 abbiamo dovuto aumentare i passaggi in un breve periodo di piogge estive: fa parte del gioco. Ma la resa e la qualità del bio, in questi terreni, ci hanno già dato risposte chiare.
A volte mi chiedono se il bio si sente nel bicchiere. Sinceramente non lo so. Quello che so è che senti un vino più stanco quando la vigna ha faticato troppo. E qui la vigna, in questa fase, sta cominciando a respirare bene.