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Il Sangiovese in rosato: una scelta contro corrente

Il Sangiovese di Lamole è nato per essere un grande rosso. E allora perché la nostra prima etichetta è un rosato? Ve lo racconto onestamente.

In Chianti, il rosato è quasi un tabù. Il Sangiovese qui si è sempre vestito di rosso, e chi prova a fare altro rischia lo sguardo storto di generazioni di produttori. Eppure la prima etichetta di Lempole è un Sangiovese Rosato IGT Toscana. Perché?

La risposta più onesta è: perché è quello che le mie uve, in questa fase del progetto, mi hanno chiesto. Le vigne recuperate stanno ancora ritrovando l’equilibrio. I rendimenti sono bassissimi, i grappoli sono piccoli, la buccia è spessa. È una condizione di partenza splendida per un rosato che vuole essere pura frutta, tesa, freschissima.

Un rosato che non ha paura del Sangiovese

Fare rosato da Sangiovese di Lamole significa fare un vino che non è un “rosso alleggerito”. È un altro animale. Colore buccia di cipolla, luminoso; profumi di fragolina di bosco, lampone, pompelmo rosa; e in bocca quella sapidità minerale che a Lamole non si compra: la fanno gli scisti.

La vinificazione è essenziale. Diraspatura, pressatura soffice, decantazione statica a freddo, fermentazione lenta in acciaio a temperatura controllata (16–18 °C), sui suoi lieviti indigeni. Nessun legno, nessuna forzatura. Il vino rimane sulle fecce fini per qualche mese per arrotondarsi, poi imbottigliamo.

C’è chi mi dice che avremmo dovuto uscire con un rosso importante. Ma io penso che un rosato onesto sia il modo più coraggioso di presentarsi. Ti mette a nudo. Non nasconde niente dietro il legno, dietro la macerazione lunga, dietro l’estrazione. Se il vino è vero, si sente subito. E Lempole vuole essere vero, prima ancora di essere ambizioso.

Raffaello
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Lempole

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